In occasione della Bologna Children’s Book Fair 2026 abbiamo intervistato Miryam Aguirre, fondatrice, insieme a Luis Amavisca, della casa editrice spagnola NubeOcho, nata nel 2012 con l’obiettivo di promuovere l’uguaglianza e il rispetto delle diversità. Infatti, fin dalla sua nascita, NubeOcho ha sviluppato un catalogo attento ai temi dell’empatia, dell’impegno sociale e dell’educazione emozionale. La casa editrice si distingue per l’attenzione alla qualità delle immagini e per la capacità di affrontare temi importanti con umorismo, poesia e tenerezza.
Nel corso degli anni, NubeOcho ha ampliato la propria presenza internazionale in Italia, America Latina, Stati Uniti e Canada, distribuendo direttamente titoli in spagnolo, inglese e italiano.
Come prima domanda: cos’è per voi l’inclusione? Questo termine vi piace ancora?
Inclusione: sarebbe bellissimo se non ci fosse “inclusione” come termine, no?
Però, purtroppo, la società tende ancora a emarginare le persone considerate “diverse”, per questo si parla di inclusione ed è importante continuare a parlarne e ad agire concretamente per l’uguaglianza.
Come deve essere per voi un libro inclusivo (o non esclusivo)? Cosa deve contenere?
Storie universali, in cui ogni persona possa sentirsi rappresentata: so che è impossibile includere davvero chiunque, perché siamo tantissime persone nel mondo, però è importante che ci sia la presenza, sia visiva che scritta, anche di chi, finora, non è stato al centro dell’attenzione. E, anche se non è il protagonista della storia, né è in primo piano, che sia comunque rappresentato.
Come nascono i vostri testi? Li commissionate direttamente quando volete trattare un tema specifico o vagliate anche proposte esterne?
Un po’ tutto. Ci arrivano testi che ci colpiscono perché sono in linea con i nostri temi, per il modo di raccontare o per altri aspetti che ci interessano, e da lì decidiamo di portarli avanti. Facciamo l’editing, ci mettiamo a lavorare insieme sulle illustrazioni, e così via.
A volte, invece, tutto nasce dal confronto con autrici e autori con cui abbiamo instaurato un rapporto di confidenza: parlando spontaneamente, in amicizia, emerge il desiderio di affrontare un certo tema o di raccontare qualcosa di particolare, e da queste conversazioni nascono poi testi e libri.
Vi è mai capitato di chiedere delle modifiche ad autori e autrici per adattare un lavoro ai vostri valori?
Sì, sì, certo, i pregiudizi impari a riconoscerli solo piano piano, andando avanti nella vita e spesso non ci si rende conto di tante cose. Questo succede anche ad autrici e autori: può capitare che scrivano una scena poco rispettosa o che, involontariamente, promuovano qualcosa che non dovrebbe esserci. Allora, in questi casi, lo facciamo notare: “guarda che questa scena non va bene”. Spieghiamo i motivi, ci lavoriamo insieme e, di solito, capiscono, se ne rendono conto, perché non l’hanno fatto intenzionalmente. Poi succede anche il contrario: dicono di non voler modificare nulla. “Io questa scena la voglio così, questo personaggio deve essere così.” E allora, in questi casi, non vale la pena insistere.
Avete mai ricevuto dal pubblico un’accoglienza negativa? Avete mai subito censure o resistenze particolari?

Come sapete siamo una casa editrice che pubblica in Italia ma abbiamo l’ufficio a Madrid. Noi abbiamo molti libri che parlano di uguaglianza, parità, libertà e identità di genere. A Valencia e in alcune regioni della Spagna, dove c’è stato un cambio di governo verso posizioni più di destra e radicali, ci sono stati episodi di censura, in particolare proprio nelle biblioteche, anche se molti bibliotecari hanno difeso i libri censurati, sostenuti da movimenti in tutto il Paese.
Per fare un esempio: Evviva le unghie colorate, che parla di un ragazzino vittima di bullismo a scuola perché ama dipingersi le unghie, ed è semplicemente un libro che narra una storia che ha a che fare con il gioco e con la libertà di scegliere ciò che piace. Inoltre, è una storia basata su un fatto realmente accaduto. Ne abbiamo un altro, bellissimo, che si presta a parlare di tante cose. In spagnolo si intitola Ni guau ni miau (in Italia è uscito con il titolo Mibau Mibau). Racconta la storia di un cane molto particolare al quale non piace fare le cose che fanno tutti gli altri cani. Il suo padrone gli lancia la palla, cerca di coinvolgerlo nei soliti giochi, ma a lui non interessa niente di tutto ciò. Poi, una notte, il bambino si sveglia per andare a bere un bicchiere d’acqua, si accorge che il cane sta uscendo di casa e decide di seguirlo. Scopre così che ogni notte il cane se ne va in giro con un gruppo di gatti comportandosi proprio come loro, facendo cose tipicamente da gatto. È un libro davvero buffo, con illustrazioni molto colorate: ai bambini e alle bambine piace tantissimo e permette di affrontare temi differenti. Del resto, quando una storia è divertente, riesce a trasmettere molto di più.
Tra i vostri titoli ce n’è qualcuno a cui ti senti più affezionata? Quali sono i tuoi preferiti?
Domanda scomoda! Ce ne sono tanti, ma per me è stato molto importante il libro Il tuo corpo è tuo. Era un’idea che io e il mio collega avevamo da tanto tempo. Volevamo un libro che parlasse del corpo e della prevenzione degli abusi, perché ci sembrava un tema fondamentale. Continuavamo a dirci: “dobbiamo farlo, è un argomento così forte, importante. Ma funzionerà? Come possiamo affrontarlo?”. Poi, come spesso accade quando un’idea è nell’aria, Lucia Serrano, l’autrice, un giorno ci ha inviato una bozza e subito ci siamo detti: “ecco, è questo il libro”. E così è nato Il tuo corpo è tuo.

Avete investito su questi temi sotto la spinta di un cambiamento della sensibilità del pubblico, del mercato o per un’iniziativa spontanea?
Abbiamo avviato la casa editrice proprio perché ci sembrava che mancassero libri capaci di parlare di famiglie omogenitoriali, di omosessualità e di temi che, semplicemente, non erano presenti nel mercato editoriale. E anche quando c’erano, non ci sembrava fossero raccontati attraverso gli occhi dei bambini e delle bambine, che hanno uno sguardo libero dai pregiudizi e interesse solo per le belle storie.
Per noi è stato molto importante lavorare sui contenuti, a volte in modo diretto ma molto spesso anche in maniera trasversale. Voglio dire che nei nostri libri non ci saranno mai situazioni maschiliste o esclusiviste, una storia che è nel book set (collana) non proporrà questi stereotipi.
L’editoria per l’infanzia ha un ruolo importante nel promuovere la parità di genere?
Secondo me sì, ha un ruolo molto importante. Ed è una grande responsabilità.
Voi avete un doppio mercato: che differenze ci sono nella ricezione dei vostri libri tra Spagna e Italia?
In Spagna il femminismo funziona meglio. E direi lo stesso anche per quanto riguarda i temi LGBTQIA+. Però in Italia c’è una parte della popolazione che è molto combattiva nel trattare questi temi.
Da quello che dici sembra che il problema in Spagna riguardi soprattutto la regione intorno a Valencia, mentre in Italia tutto il paese: è giusto?
No, no, anche in Spagna la situazione è complessa. Adesso abbiamo la sinistra al governo, però l’anno prossimo ci saranno le elezioni e purtroppo si sono già formati dei movimenti reazionari nelle comunità dove ha vinto la destra. È vero, però, che le politiche governative sono più evolute. Per esempio, nelle scuole i ragazzi e le ragazze hanno i corsi di educazione affettiva e sessuale, mentre in Italia è ancora qualcosa di impensabile.
Considerate la vostra una letteratura impegnata o militante?
Per noi la cosa più importante è che i libri siano eccezionali! Facciamo libri per bambini e bambine e questo viene prima di tutto. Ci sono dei contenuti da inserire, ma è importante che i libri siano per loro, che li stimolino, li coinvolgano, li facciano divertire. Poi, si può anche trasmettere altro. E questi, per la nostra casa editrice, sono requisiti fondamentali perché anche noi siamo fatti così e ciò che pubblichiamo è inevitabilmente una prosecuzione di quello che siamo. Esistono anche case editrici che scelgono strade diverse: magari puntano di più sulla poesia, oppure preferiscono lavorare meno sui contenuti e più sulla fiaba. Sono tendenze diverse, ed è soprattutto una questione di identità editoriale.
Vi considerate quindi più politicizzati?
Diciamo che ci sono temi a cui teniamo. Non facciamo indottrinamento, però pensiamo che la società possa essere migliorata e nel nostro piccolo portiamo avanti queste idee attraverso i libri.
Di fatto, quanto sono libri per bambini e quanto invece per chi glieli legge, che spesso non riesce a spiegare determinate cose nemmeno a sé?
Ci sono libri come, per esempio, Una mappa per la Palestina, molto utili per raccontare e spiegare certi temi. I bambini e le bambine vivono con te, percepiscono le tue preoccupazioni, sentono parlare delle cose che accadono, di argomenti come la guerra. Ti fanno delle domande e allora, attraverso una storia, puoi affrontare tanti argomenti, aprire un dialogo. Una storia non è mai soltanto fine a se stessa. Per noi, però, resta essenziale raccontarla dal punto di vista infantile, che è anche la cosa più difficile da ottenere perché, alla fine, siamo persone adulte che fanno libri per bambini e bambine. Non è facile mettersi nella loro testa e creare qualcosa che piaccia. Eppure, secondo me, ci siamo spesso riusciti.

Come editori andate nelle biblioteche o nelle scuole a fare laboratori?
Dunque, i nostri autori e le nostre autrici fanno molti laboratori e presentazioni nelle librerie e alcuni/e vanno anche nelle scuole. Io sono andata diverse volte a raccontare Il tuo corpo è tuo. Però di solito sono soprattutto autori e autrici a lavorare direttamente con i bambini e le bambine.
Noi, invece, lavoriamo di più con le librerie e andiamo a vederle, perché sono fondamentali. In fondo sono le vere mediatrici tra pubblico e case editrici. Tu entri in una libreria e dici: “mi piacerebbe leggere qualcosa così”, e loro sono lì, a volte giorno e notte, conoscono i libri e ti consigliano.
Qual è il paese in cui vendete di più?
È difficile rispondere a questa domanda in modo preciso. Dipende dal libro. Ci sono molte differenze, anche nelle sensibilità estetiche, tra le varie culture: in alcuni luoghi il colore è più importante; in altri conta di più lo stile pittorico, in altri ancora funziona maggiormente l’umorismo. Esistono talmente tante varianti che è molto difficile capirne i meccanismi.
Che consiglio daresti a persone che, come noi, si occupano di scrittura, di disegno e editing, per fare bene questo lavoro?
Secondo me bisogna leggere, leggere e leggere. Guardare quello che c’è intorno, stare nel mondo e osservare cosa succede. E poi credere davvero in ciò che si fa.
