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Cover della graphic novel Flamer con ragazzo disegnato tra le fiamme arancioni

Tunué

Durante la nostra visita alla Bologna Children Book Fair 2026, non potevamo non fermarci da Tunué, casa editrice che attraverso il linguaggio del fumetto e del graphic novel fa un grande lavoro di sensibilizzazione su temi intersezionali, raccontando storie appassionanti di soggettività spesso escluse dal mainstream. 
Martina Petrucci è stata la loro eccellente e generosa portavoce, ed ecco quello che ci ha detto.

Cosa intendete per inclusione? È una parola che vi piace? 

Se il contrario di esclusione è inclusione, allora inclusione è una parola bellissima, perché decisamente non ci piace l’esclusione. Nel mio mondo immaginario, in quel bellissimo mondo che non esiste, non ci dovrebbe neanche essere bisogno di usare la parola inclusione perché è già tutto incluso, nel senso che non esiste qualcosa di escluso.
Nel nostro catalogo è una parola molto presente, legata a tantissimi titoli, in cui crediamo davvero.
Il desiderio che nessuna persona resti fuori, che tutte vengano rappresentate, si sentano parte e stiano bene dove si trovano, è un desiderio fortemente condiviso. 

Cosa caratterizza per voi un libro inclusivo? 

Ultimamente si pensa che l’inclusione riguardi soprattutto la comunità LGBTQIA+, ma nel catalogo di Tunué l’inclusione non è soltanto in questo ambito. Abbiamo titoli che parlano anche di persone con problemi di salute, o altre cosiddette minoranze (per esempio le seconde generazioni, sia in Italia sia all’estero) o in generale soggettività meno mainstream. 

Per dire che un testo è inclusivo, deve avere il tema o deve avere un certo modo di affrontare la storia? 

Mi vengono in mente le discussioni su Netflix, che mette sempre persone LGBT con una sorta di forzato tokenismo: devono esserci come protagoniste o devono stare sullo sfondo per normalizzare il loro orientamento e la loro identità? Secondo noi non si devono puntare i riflettori su nessuno, quindi si devono fare entrambe le cose. A noi piacciono le storie che mostrano difficoltà e soluzioni, o modi diversi di affrontare le difficoltà anche senza risolverle.
Promuoviamo storie in cui un personaggio non-mainstream fa il suo percorso, ma anche se è solo sullo sfondo e vive di vita propria senza essere al centro della storia, ci interessa comunque perché è parte di un ecosistema perfetto che funziona così, senza escludere niente di nessuno. 

Copertina Graphic Novel Per Sempre con primo piano di una ragazza e un ragazzo seduti all'ombra in spiaggia mentre guardano l'orizzonte

Per questo tipo di libri avete mai incontrato censura o resistenza o sono nate delle controversie che avete dovuto gestire?

A me non sono mai arrivate notizie di grandi controversie, probabilmente arrivano più a chi parla effettivamente con il pubblico. Quando mi sono trovata ad accogliere il pubblico e a vendere o a parlare di questi libri nelle fiere, ho dovuto imparare a fare una cosa che non mi piace ma è necessaria, ovvero a premettere che i libri parlavano di certi temi. Ad esempio se alla fine di una storia di un libro su tutt’altro tema c’è una relazione tra due donne, abbiamo iniziato a dirlo, perché capita sempre che ci sia una persona che risponde “No, no, non posso regalare un libro così, non mi voglio prendere la responsabilità di far arrivare questo tema a un figlio o una figlia che non è mia”. Allora abbiamo imparato a premetterlo, perché ci è successo che ci abbiano riportato indietro dei libri. Per esempio ci hanno riportato indietro Beetle l’apprendista strega di Aliza Layne, che è un libro fantasy su una strega goblin, bellissimo; ce l’hanno riportato perché alla fine le due protagoniste si baciano. Si danno solo un innocentissimo bacio, ma era troppo. È successo anche per Per sempre di Assia Petricelli e Sergio Riccardi in cui c’è una storia sullo sfondo tra due signore. Ma in realtà le persone che apprezzano i nostri libri sono molte di più di quelle che dicono che non vanno bene, specialmente per i fumetti. Ne abbiamo tanti e quelli che abbiamo funzionano, specialmente quelli che hanno temi specifici, per esempio il coming out, che vengono acquistati proprio per affrontare meglio il tema. E questo ci dà una grande soddisfazione, ci fa sentire utili. 

Cover graphic novel Bettle l'apprendista strega con moderna strega che dall'alto di una roccia ammira una città di notte insieme a un fantasmino e una enorme luna di sfondo

Voi avete investito su questi temi sotto la spinta di un cambiamento nel pubblico, per un’iniziativa vostra interna, o per pressioni magari dall’esterno (“Tutti lo fanno, lo dobbiamo fare anche noi”)? 

Quando sono arrivata in Tunué c’era già un gran numero di fumetti di questo tipo. Non so come sia iniziato, però vi posso dire qual è il motivo per cui continuo io!
Quando discutiamo per scegliere i titoli, ci chiediamo sempre se un certo tema è importante o utile. Se la risposta è sì, va avanti. Poi abbiamo una serie di temi che ci stanno a cuore, per esempio la comunità LGBTQIA+, e quelli non ce li impone nessuno.
Non c’è una regola che dica che dobbiamo pubblicarne uno all’anno e se per un anno non esce un libro sul tema è una tragedia. Sono semplicemente storie che ci piacciono, che secondo noi possono non escludere nessuno e possono anzi includere.
Ci piace parlare di cose poco note o di cui si parla poco. Per esempio è in uscita un libro la cui protagonista ha una malattia agli occhi che la renderà cieca. Quanto sarà popolare un fumetto sulla cecità? Non lo sappiamo, rischiamo, ma un fumetto non è dedicato solo al pubblico rappresentato. L’idea generale è parlare di tutto, di cose che poi restano, creando anche una certa sensibilità.

Come nascono i vostri testi? Li commissionate quando volete trattare un tema oppure valutate proposte esterne? 

Non c’è una vera e propria regola. Ad esempio l’anno prossimo usciranno alcuni titoli che faranno parte di una collana di romance queer: alcuni di questi sono stati commissionati perché potessero affiancare altri libri simili che abbiamo in catalogo e creare appunto la collana. Ma molte volte ci arrivano proposte dalla Francia, o dalla Spagna, che ci piacciono e che traduciamo. O ancora un’autrice o autore italiano vuole fare un fumetto su determinati temi, ci piace, lo facciamo.
Non c’è una strada unica, così come non abbiamo solo firme affermate o esordienti: dipende sempre da quello che ci arriva e dal progetto.

Ve ne arrivano tanti? Che percorso seguono?

Sulle storie queer in generale, abbastanza: su una trentina di portfolio review che faccio alle varie fiere, almeno 7-8 sono storie di inclusione. Io sono il primo gate, ma poi subentra il consiglio editoriale: selezioniamo in funzione delle domande che dicevo prima (questo tema è importante? Serve? Abbiamo bisogno di parlarne?). Se la risposta è sì, il libro va avanti: se è straniero, si fanno le varie proposte di acquisizione, se è italiano si comincia a parlare con chi l’ha scritto per capire come andare avanti.

Cover libro dove un ragazzo di spalle, disegnato a matita apre una porta dalla quale compare la fotografia di un insieme di foglie verdi.

Qual è il tuo libro preferito nel catalogo?

Il mio libro preferito in generale nel nostro catalogo è Entra., di Will McPhail: parla di inclusività attraverso la lente dell’incomunicabilità, che è una di quelle cose che nella pratica esclude più di tutte. Racconta di un ragazzo che ha problemi di comunicazione e si autoesclude da tutto, dalla vita, dalle persone, poi a un certo punto ha delle epifanie guardando le persone e scopre mondi diversi, letteralmente. 

Che tipo di ricezione hanno questi libri? Vi sembra che abbiano un effetto immediato o sul lungo periodo? 

Vi rispondo con un esempio: recentemente, nel contesto di una fiera, un ragazzo mi ha detto che era felice che portiamo questi temi, perché ancora non se ne parla con la giusta sensibilità, sensibilità che lui invece aveva trovato nei nostri fumetti Dietro il brillio delle stelle (di Filippo Paris e Francesca Caizzi) e Flamer (di Mike Curato), che trattano rispettivamente la transizione di genere e il coming out. Ha detto che ci aveva trovato dentro degli spunti, delle fiammelle, che gli avevano dato un’ispirazione e l’avevano fatto sentire al sicuro.
Molte persone ci contattano direttamente, sui social o in fiera, e ci fanno i complimenti, ci dicono che si sono sentite rappresentate o hanno superato delle paure.
Penso anche, però, che se c’è un po’ di discordia, e sicuramente c’è, non venga espressa; o comunque a me non arriva. Che io sappia, Tunué non ha mai dovuto affrontare messaggi d’odio o una shitstorm.

Cover graphic novel: Un ragazzo e una ragazza, seduti di spalle su una panchina, al tramonto, con vista mare

Un consiglio per noi e per chi ci legge, per creare illustrazioni e storie inclusive. 

Trattare di certi temi è come camminare sulle uova, si ha sempre paura di sbagliare o di non rendersi conto. Ad esempio, abbiamo un libro in uscita tra poco, tradotto dallo spagnolo, che parla di una transizione di genere, ma in realtà è la storia reale di due ragazze, una delle quali è transessuale. Quando ho dovuto fare le revisioni della traduzione ero spaventatissima, perché c’è sempre il rischio di sbagliare un termine o una connotazione, di offendere. 

Anche noi facciamo traduzioni: ci fai un esempio delle difficoltà di traduzione in cui vi siete imbattute per questo libro?

Ci sono scene in cui la protagonista è ancora nel suo corpo precedente: che pronomi usare? Lui? Lei? Il libro nell’originale usava una forma neutra, ma in italiano era impossibile. Alla fine abbiamo tenuto il maschile perché in quel momento della storia il personaggio è il fidanzato della protagonista ancora inconsapevole del fatto che la persona di fronte a lei voglia fare una transizione di genere, quindi certamente lei avrebbe usato pronomi maschili. Però lei lo racconta a posteriori, quindi a posteriori lo sa, ed è questo che ci ha creato tanti dubbi. E poi c’era anche il rischio spoiler!
In breve, è sempre difficile muoversi in questi contesti, sembra che qualsiasi cosa si faccia, si sbagli. 
C’è un altro libro che abbiamo tradotto dall’inglese, la cui protagonista è di genere fluido. In italiano abbiamo avuto tantissima difficoltà.

Fotografia dello stand Tunuè alla Bologna Children's Book Fair 2026

Non avete preso in considerazione lo schwa?

Sì, l’abbiamo considerato, ma stiamo parlando di un fumetto, e lo schwa è spesso considerato brutto da vedere nel contesto del lettering dei fumetti, molte font non ce l’hanno, è difficile sistemarlo, e quindi non l’abbiamo ancora mai usato in nessuno dei nostri fumetti.
Abbiamo discusso tantissimo e alla fine abbiamo chiesto all’autrice! Lei è canadese anglofona, e ci ha risposto che nell’edizione francese per la protagonista vengono usati pronomi femminili. Così noi abbiamo fatto lo stesso.
Quando ci ritroviamo in situazioni difficili come questa chiediamo a chi di dovere, ovvero a chi ha scritto il libro.
Ci è successo che un nostro autore abbia fatto la transizione dopo aver pubblicato con noi, quindi Tunué si è ritrovata dei titoli col suo dead name. Che dovevamo fare? Abbiamo chiesto direttamente a lui, che ci ha detto di tenerli e di cambiare il nome in caso di ristampa o nuovi titoli. Non li avremmo mandati volentieri al macero, ma non volevamo nemmeno ignorare le sue esigenze o offenderlo. Del resto anche questo è inclusione: farsi delle domande, chiedere le risposte direttamente alla persona interessata senza sovradeterminare, e seguire le richieste.

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