Alla Bologna Children’s Book Fair 2026 abbiamo intervistato Francesca Fimiani, editor di Giralangolo, marchio editoriale della casa editrice EDT specializzato in libri per l’infanzia. Fa parte di Giralangolo la collana Sottosopra, nata con l’obiettivo di offrire ai più piccoli e alle più piccole storie semplici, accessibili, ma capaci di trasmettere valori importanti. I libri della collana sono illustrati e pensati per stimolare la curiosità, l’empatia e la riflessione, permettendo a chi legge di conoscere e rispettare le differenze, di riconoscersi in esse e di sfidare pregiudizi e stereotipi.
Che cosa significa per voi inclusione? È una parola che vi piace?
A chi non piace la parola inclusione? La parola inclusione non è un problema. Anzi, ovviamente ci piace, ci interessa e in generale Giralangolo fa del suo meglio per cercare di stare in questo nostro presente consapevole di quali pesi ci portiamo dietro dal passato, dalla narrazione “classica”, dal maschile sovraesteso e via dicendo. Cerchiamo di portare al nostro pubblico delle storie che sappiano essere accoglienti, più che inclusive.
Giralangolo ha dell’esperienza nel campo. Alcuni temi, come quello degli stereotipi di genere, sono trattati nella collana Sottosopra, nata nel 2014 per merito dell’editor Luisella Arzani e della curatrice Irene Biemmi, che è docente di Gender Studies all’Università di Firenze. È proprio Irene Biemmi che all’interno di questo percorso ci aiuta a non cadere in alcuni errori frequenti, di uso, svista, o abitudine. Sono anni che ci allena a considerare tutte le implicazioni del linguaggio (compreso quello visivo) mostrandoci quanto talvolta non sia inclusivo.
Questo non significa che non usiamo mai un maschile sovraesteso, però cerchiamo di farci attenzione e di dare il giusto spazio alle storie, anche a quelle che non sono esattamente canoniche o raccontate in modo canonico.
Sottosopra nasce dalla volontà dell’editore di parlare direttamente ai più piccoli e alle più piccole, raccontando storie che scardinano le dinamiche di genere, lavorando sull’immaginario degli adulti del futuro. Per questo abbiamo deciso di puntare sul prodotto cardine della letteratura per l’infanzia: gli illustrati dai 3 ai 5 anni. Abbiamo cominciato con storie nostre e traducendo dall’estero. Dopo 12 anni, continuiamo a rabboccare la collana con un paio di titoli all’anno e andando a insistere su ogni sfumatura delle questioni genere. Abbiamo lavorato, per esempio, sullo stereotipo del rosa con la speranza che fosse ormai un po’ superato, mentre invece non è così, nella vita pratica di bambini e bambine è ancora purtroppo molto vivo.
C’è ancora tantissima strada da fare, e Giralangolo ci mette tutto il suo impegno.
Per quanto riguarda Irene Biemmi, sapevamo avesse scritto un libro per voi, ma non pensavamo fosse così coinvolta.
Lo è! Ci serviva la guida di una professionista che avesse un contatto giornaliero con la realtà degli studi di genere (mentre chi lavora come me in editoria, spesso, vive più tra la carta che tra la gente, e può mancare di un certo tipo di sensibilità). Irene Biemmi, invece, studia giorno dopo giorno, parla di questi temi con le sue classi, testa con loro i nostri albi, usandoli come strumenti didattici. Quindi è lei che ci ha indicato la rotta in questi anni alla ricerca di storie come, per esempio, quelle di bambine che attuano comportamenti tipicamente maschili e viceversa.
Ultimamente facciamo particolare attenzione al maschile fragile, perché è un tema estremamente attuale. Mentre il femminile forte è un concetto a cui è più facile avvicinarsi, il maschile fragile è sempre faticoso da raccontare, persino in un libro.
Irene Biemmi ha dedicato a questo tema un seminario, non molto tempo fa. È sempre più urgente contribuire ad ampliare l’immaginario collettivo in modo tale che diventi sempre più naturale per le piccole e i piccoli essere accoglienti, includere, fare attenzione e non piegarsi agli stereotipi di genere.

Avete incontrato forme di resistenza, di censura o di cattiva accoglienza verso i vostri libri, in particolare i Sottosopra?
Sì, l’esempio più incredibile è capitato quando il sindaco di Venezia appena insediato ha messo all’indice un certo numero di libri, tra cui due o tre Sottosopra, come Il re che non voleva fare la guerra, che dice tutto dal titolo; e Una bambola per Alberto, un altro dei nostri libri molto osteggiati. Anche dal pubblico ci sono capitati dei commenti di resistenza, che però trovo legittima, altrimenti non ci sarebbe bisogno di scardinare uno stereotipo.
Ultimamente abbiamo fatto pubblicato Il principe innamorato, e per la prima volta in Sottosopra abbiamo raccontato una storia d’amore omosessuale, quella tra un principe e un cavaliere. È una storia senza nessun tipo di dramma (esattamente come succederebbe in un albo che ha per protagonista una principessa) e mi aspettavo che emergesse un po’ di borbottio, invece si è creato un ambiente di sostegno.
Abbiamo trovato delle difficoltà con alcune librerie che magari in territori particolarmente conservatori si sentono minacciate da determinati concetti. C’è un patriarcato molto interiorizzato. Faccio sempre l’esempio di Una bambola per Alberto perché è un libro che spinge l’acceleratore su questa cosa.
Nella nostra esperienza sono molte di più le risposte positive rispetto a quelle negative, però è innegabile che nel corso del tempo abbiamo sperimentato qualche resistenza.

L’esigenza che voi avete sentito viene più dall’interno della vostra redazione oppure rispondete a un’esigenza del pubblico?
Forse da entrambe le parti. L’idea di Sottosopra nasce editorialmente come esigenza della casa editrice, o meglio, come intuizione dell’editore che quella fosse una tematica importante, una cosa su cui insistere, e abbiamo sempre cercato di farlo in modo da mettere le storie davanti al messaggio: sono tutti albi che hanno un contenuto molto forte, però tendono a non essere didattici di per sé, perché pensiamo che quando si riesce a trovare una buona narrazione, a supporto di un’idea, sia molto più semplice vincere la partita e attrarre l’attenzione delle bambine e dei bambini.
Come nascono i vostri libri? Commissionate la realizzazione della vostra idea ad autrici e illustratrici, oppure accogliete anche progetti che vengono dall’esterno, da esordienti o da persone affermate?
Provengono da tutti e tre i modi citati. Ce n’è anche un quarto che è lo scouting estero, cosa che noi facciamo volentieri e per vocazione della casa editrice, che si chiama “Giralangolo” proprio perché vuole aprire alla scoperta del nuovo, dell’altro, del diverso.
All’inizio abbiamo comprato alcuni libri molto convincenti dall’estero, c’erano altri Paesi che erano oggettivamente più avanti in questo percorso rispetto all’Italia, quindi abbiamo goduto di questo iniziale vantaggio. Ne abbiamo prodotti alcuni noi, la maggior parte delle volte sono stimoli che arrivano dall’esterno, cioè sono autori, autrici, illustratori, illustratrici che ci scrivono proponendoci una storia per Sottosopra. Ci è successo anche con autori e autrici esordienti. Lucia Giustini, per esempio, non aveva mai pubblicato niente prima de Il re che non voleva fare la guerra. Noi le abbiamo affiancato un illustratore, Sandro Natalini, e loro si sono trovati talmente bene che anni dopo hanno fatto un nuovo libro insieme.
Ci sono dei casi in cui è la casa editrice a decidere che è venuto il momento di indagare un tema specifico: in questo momento ci stiamo interrogando molto su come parlare di consenso a fasce di età basse e stiamo cercando le penne migliori per realizzare questa tipologia di albo.
È più raro perché, soprattutto adesso che Sottosopra è ben radicata, sedimentata e molto visibile, ci arrivano dall’esterno delle proposte molto valide. Possono essere complete o incomplete, poi ci pensiamo noi a adattarle al giusto formato, con le caratteristiche corrette.

Quali sono queste caratteristiche?
I Sottosopra non sono mai troppo lunghi, proprio perché sono pensati per bambini e bambine piccole.
Ogni tanto ci arrivano dei progetti che ci preoccupiamo di adattare. Fino a qualche anno fa, tutti i Sottosopra avevano lo stesso formato, quadrato, poi con il passare del tempo abbiamo capito che alcune storie avrebbero giovato di uno sviluppo verticale o orizzontale, e così abbiamo aperto a diversi formati.
L’editoria per l’infanzia ha un ruolo nel promuovere la parità di genere: qual è la vostra percezione dell’influenza del vostro lavoro sul pubblico infantile?

È bellissimo, quando ci riusciamo è sempre molto bello vedere la reazione dell’utente finale al nostro lavoro. Ci sono tanti intermediari prima della bambina o bambino che prende in mano il libro, soprattutto quando questo viene presentato a scuola o durante alcuni eventi.
In particolare vi segnalo che abbiamo progettato una mostra che contiene le nostre tavole, i nostri libri e la storia di come gli albi di questa collana sono stati creati. L’abbiamo esposta, tra le altre cose, anche in un centro antiviolenza, nel quale utilizzavano i nostri albi soprattutto con le famiglie che venivano accolte, per aiutarle ad avere a che fare con il proprio vissuto tramite storie che potessero avvicinarsi ad alcune tematiche, senza però entrare troppo a gamba tesa.
Che rapporto ha l’editoria con l’evoluzione sociale? Si spera che ne abbia sempre tanto e sempre di più. Le volte in cui mi è capitato di vedere bambini e bambine sfogliare i nostri Sottosopra, il risultato è sempre stato molto sorprendente, perché non solo non problematizzano, ma scoprono, trovano dettagli, ridono: tutto è estremamente sereno. Anche laddove noi vediamo piccoli tabù – uno su tutti è in uno dei nostri albi, si intitola Vestiti, Fred!, che riceve particolare ostruzionismo perché il maschio che si veste da donna è un tabù molto radicato – quando li metti in mano a un bambino o a una bambina il livello di attrito si annulla.
È difficile invece far digerire il tutto all’adulto, perché alcuni hanno la pretesa di prendere in mano una storia e di decidere quale sarà l’effetto che avrà sulle bambine e sui bambini. I nostri albi non hanno un diretto intento educativo, sono spesso narrazioni stratificate, da cui chi legge può prendere anche solo una parte del messaggio e andrà benissimo così. Chi legge ha tutti i diritti e nessun dovere in questo caso.
Esiste, insomma, la possibilità di usare i nostri albi a fini meramente educativi, come testi scolastici, ma vorrei piuttosto che le nostre fossero delle storie che portano con sé il germe di un’idea nuova.
Consideri la vostra una letteratura impegnata o militante?
Io non la considero una letteratura impegnata o militante, la considero letteratura per tutte e tutti. E credo che la pensi così anche il mio editore, perché non cavalchiamo nessuna battaglia in particolare, e non lo dico per nasconderci. Accosto la parola femminista alla casa editrice con orgoglio, perché ritengo che, seppur non dichiaratamente, EDT Giralangolo lo sia nelle sue fondamenta. In particolare le collane per l’infanzia sono pensate per un pubblico il più ampio possibile, senza un vero e proprio intento dichiaratamente attivista.
Siete impegnate ma non militanti.
Esatto, forse è questa la definizione.

Il libro o massimo i tre libri di cui siete più orgogliose?
Ve ne faccio vedere alcuni che non sono così noti. Uno si intitola L’abito non fa il lupo. Sid Sharp è un artista canadese non binario e quindi è stata una delle prime volte che abbiamo dovuto fare lo sforzo di utilizzare un linguaggio non binario in una biografia.
Lo dico a chi sa benissimo quanto sia tricky, perché ci si muove su un terreno linguistico in cui si può scivolare molto velocemente. È una storia che mi piace tantissimo perché racconta con grande ironia la necessità di inserirsi in un gruppo e la pressione sociale. Il protagonista è Greg De Pecoris, un agnello che ha finito le more e deve tornare nel bosco a fare scorta. Nel bosco, però, si nascondono i lupi, di cui Greg ha molta paura. Così, decide di cucirsi un abito da lupo per poter andare in piena sicurezza nella foresta. Forte del suo travestimento, si trova a interagire con altri lupi e deve adattare non solo la sua immagine, ma anche il suo comportamento per non farsi scoprire. Almeno fino a quando il costume inizia a rovinarsi e lui è costretto a toglierselo, pronto ad affrontare il suo destino. Con sua enorme sorpresa, però, non viene divorato: anche gli altri lupi con cui ha avuto a che fare altro non sono che animali da cortile travestiti. E sono tutti stufi di far finta di essere qualcosa di diverso da quello che sono.
È un libro con un’estetica molto particolare, unica nel suo genere, e con un tocco di ironia che lo rende davvero simpaticissimo. Presto pubblicheremo il secondo libro di questo artista che si intitola Tessy Tela e il filo magico ed è una storia anticapitalista.
Ce ne sono tantissimi che ci inorgogliscono, come La principessa e il drago, che è proprio un onore avere in catalogo. Oltre a essere un successo da un milione di copie nel mondo, è un libro del 1980 e se viene letto oggi è ancora attualissimo. È la storia di una principessa che aspetta di essere salvata dal suo principe, ma alla fine riesce a liberarsi del drago da sola.

Un consiglio per noi che abbiamo appena fondato un’associazione e stiamo entrando adesso in questo magico mondo del lavoro per il nostro comune obiettivo?
È un lavoro che può essere faticoso, ma particolarmente appagante e in cui c’è ancora tanta vitalità, tanto fermento e senso comunitario. È uno sforzo che si deve fare in collettività. Vi auguro di poter sentire in modo forte un’ampia platea a sostegno del vostro progetto. Dal punto di vista dell’editoria, invece, soprattutto scolastica: forza e coraggio! Noi ci stupiamo molto dei materiali che ancora oggi circolano nelle scuole. L’attenzione va educata e la strada da percorrere è ancora lunga.

