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Copertina verde ottanio con tre righe bianche verticali del libro Una storia di sparizione di Sarah Lubala, casa editrice Capovolte
Una storia di sparizione, Sarah Lubala

Intervista a Nicola Biasio della casa editrice CAPOVOLTE

Al Flush abbiamo incontrato e intervistato Nicola Biasio di Capovolte, casa editrice indipendente di Alessandria che si propone di capovolgere il modo in cui leggiamo il mondo, attraverso un ricco catalogo di proposte antirazziste e transfemministe.
Biasio ci racconta, a partire dal rapporto con le autrici Grada Kilomba e Sarah Lubala, il lavoro certosino sul linguaggio che contraddistingue ogni libro della casa editrice.

Fotografia di Nicola Biasio, il redattore della casa editrice Capovolte che è stato intervistato

Per voi, quali sono le caratteristiche che un libro deve avere per essere considerato inclusivo?

Noi preferiamo parlare di linguaggio ampio, piuttosto che di linguaggio inclusivo, riprendendo quello che diceva Vera Gheno. Quello che cerchiamo di fare, nel nostro lavoro editoriale, è avere sempre una relazione diretta con le comunità a cui ci riferiamo, a cui i libri si riferiscono.
Non abbiamo un lavoro specifico o uno standard linguistico che adottiamo per rendere i nostri libri “inclusivi”, ma facciamo sì che ogni libro abbia un linguaggio che sia aderente alla comunità a cui parla, e soprattutto nel quale la comunità da cui nasce il libro si riconosca. Quindi per noi un linguaggio è aperto nel momento in cui vi si riconosce la comunità o la soggettività che è protagonista del libro.
Questa è la questione più importante.

Qual è per voi lo stereotipo più difficile da scardinare, che sia nella saggistica o nella narrativa?

Di sicuro uno degli stereotipi più difficili da abbattere riguarda il linguaggio razzista. Ovviamente si fa molta attenzione alla n-word, però ci sono espressioni, costrutti, visioni, anche molto esotiche, che sono molto più perverse e nascoste, e che quindi sono ancora più difficili da scardinare. Soprattutto quando si cerca di far notare che si tratta di espressioni razziste, anche se non vengono riconosciute come tali. Si pensi al termine di colore, per esempio, questa costruzione perbenista per cui, per evitare un determinato termine, se ne sceglie un altro, che però è altrettanto razzista, perché crea una gerarchia. Come se il bianco fosse il solo “colore neutro”, e tutto il resto fosse di un altro colore. Quindi anche un linguaggio che nasce con buone intenzioni reitera in realtà una serie di discriminazioni. Poi c’è il grande tema del plurale generico declinato al maschile, che è una questione sempre spinosa. Noi lavoriamo, per esempio, sia con lo schwa sia con il femminile sovraesteso, a seconda del contesto, della comunità, dell’intenzione.

C’è una persona che si occupa di fare gender editing nella vostra redazione?

No, non abbiamo una persona specifica. Lavorando in cinque in casa editrice, ci confrontiamo spesso sulla natura dei testi, su qual è il linguaggio, qual è l’intenzione e qual è la direzione più corretta da seguire. Per esempio, abbiamo pubblicato un libro sul femminismo hip-hop che ha un linguaggio politicamente molto “scorretto”, ma si tratta di un linguaggio riappropriato da una comunità. Quindi la n-word in quel libro appare, come appaiono tanti altri termini apparentemente discriminatori, però in quel contesto sono parole di cui una comunità si è riappropriata.
Quindi no, non c’è una figura specifica che si occupa di gender editing.

Avete un vademecum di riferimento? O fate questo lavoro volta per volta?

Volta per volta. A testo, diciamo.

Avete mai incontrato degli ostacoli durante la promozione dei vostri libri?

Sì, per esempio quando è uscita la prima edizione di Memorie della Piantagione. Episodi di razzismo quotidiano, di Grada Kilomba. Il libro nasceva in inglese, quindi la questione del genere non si poneva, se non per l’uso dei pronomi. In italiano, invece, la questione del genere esiste, quindi le traduttrici, in accordo con l’autrice, hanno deciso di usare lo schwa.
Quando è uscito il libro, ormai 5 o 6 anni fa, tante persone ci hanno segnalato una grande difficoltà di lettura a causa della presenza massiccia dello schwa. L’autrice però ci teneva che ci fosse lo schwa, perché era un libro che lavorava sul non ripetere un linguaggio razzista, coloniale e, quindi, anche sessista. Voleva che questa non connotazione maschile del linguaggio fosse presente anche in italiano. Noi ce ne siamo “fregate” delle critiche allo schwa, e abbiamo fatto addirittura una nuova edizione a gennaio 2026.

Qual è il vostro pubblico di elezione, a chi vi rivolgete?

Questa è una bella domanda, su cui in realtà riflettiamo tanto. Io direi un pubblico che ha voglia di scardinare le rigidità del linguaggio. I libri che selezioniamo non sono soltanto legati a questioni tematiche, come potrebbe sembrare, ma sono anche libri che corrodono il sistema-lingua, che fanno una lavorazione attenta e specifica sulla lingua che ci abita in bocca. Quindi il pubblico di elezione è un pubblico che ha tanta voglia di mettersi in discussione, a partire dall’uso di specifici linguaggi.

Se tu dovessi scegliere un libro della vostra casa editrice, un libro bandiera, di cui sei particolarmente orgoglioso, quale sceglieresti?

Di sicuro un libro di poesia che si chiama Una storia di sparizione, di Sarah Lubala. È una raccolta poetica legata a fantasmi, donne e memoria, e alla lingua come strumento politico, pratico, poetico per leggere quello che è il mondo di oggi. Lei è un’autrice nata in Congo, ma esiliata in Sudafrica, quindi la questione del linguaggio è centrale. Noi lavoriamo molto col tema delle diaspore, perché nel linguaggio succede qualcosa di molto magico. Spesso ti viene imposto di utilizzare una lingua che non è la tua, e in questo riutilizzo, in questa rimasticazione, nascono delle cose stupende, soprattutto se questo linguaggio è la poesia.

Copertina verde ottanio con tre righe bianche verticali del libro Una storia di sparizione di Sarah Lubala, casa editrice Capovolte
Una storia di sparizione, Sarah Lubala

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