Alla Bologna Children’s Book Fair 2026 abbiamo intervistato Francesca Pardi della casa editrice milanese Lo Stampatello. Lo stand era allestito con testi e immagini che celebravano 15 ANNI DI R-ESISTENZA: libri che resistono, sopravvissuti alla censura e al macero. Da 15 anni, infatti, Lo Stampatello propone libri per bambini, bambine e famiglie che parlano di inclusione, diversità e affettività con un linguaggio semplice, chiaro e accessibile. “Parlami in stampatello” è infatti il motto che accompagna il loro lavoro editoriale.
La casa editrice è stata fondata nel 2011 da Francesca Pardi e Maria Silvia Fiengo, compagne nella vita e madri di tre figli e una figlia, con l’obiettivo di dare spazio a storie e famiglie fino ad allora poco rappresentate nei libri per l’infanzia, come quelle con due mamme o due papà.
Da questa esigenza sono nati titoli diventati simbolici, come la serie di Piccolo Uovo illustrata da Altan, insieme a molti altri libri dedicati al rispetto delle differenze e all’educazione sentimentale per l’infanzia.
Un percorso culturale e sociale che nel dicembre 2025 è stato riconosciuto anche con l’Ambrogino d’Oro.

Cosa intendete per “inclusione”, vi piace ancora questo termine o bisognerebbe pensare a qualcosa di nuovo?
Ma sì, ci piace ancora. Siamo molto fedeli al nostro programma editoriale e per noi inclusione è sempre stata inclusione nella società.
Il nostro è uno sguardo dalla parte dei bambini e delle bambine, quindi non abbiamo in catalogo titoli critici o provocatori. L’intenzione è quella di dare loro degli strumenti per sentirsi parte della comunità e della società. Società che ha i suoi limiti, ma, del resto, si nasce e si fa parte di una collettività.
Siamo due donne che hanno portato a termine tre gravidanze tramite inseminazione artificiale in un periodo in cui non se ne parlava; era una realtà ancora poco conosciuta, soprattutto in Italia.
L’esigenza di creare la casa editrice è nata dalla nostra esperienza personale perché ci piaceva l’idea che le nostre figlie e figli, leggendo gli albi illustrati, potessero sentirsi rappresentati e parte integrante della comunità, di una collettività.
Quindi sì, ci piace la parola inclusione perché ci piacciono la collaborazione e la condivisione di valori abbastanza semplici, anche se, ormai, poco gettonati.
Invece ci piacciono meno la competizione, l’affermazione e la prestazione, valori più di questo tempo.
È stato molto faticoso?
Siamo andate avanti a modo nostro, anche perché la casa editrice non è nata come un’attività commerciale ma come attività di promozione culturale; sia io che Maria Silvia viviamo di altri lavori e, come editrici, abbiamo avuto anche difficoltà economiche.
Il vantaggio, però, è stato quello di non essere condizionate dal mercato che ormai segue una logica di consumo più radicale rispetto a quando abbiamo iniziato noi.
Siamo rimaste al di fuori di quel meccanismo che adesso “tritura” le case editrici e le obbliga a produrre novità in continuazione per essere presenti nelle librerie.
A un certo punto stavamo per scomparire, invece siamo ancora qua.
Molti dei nostri libri pubblicati nel 2011 continuano a essere richiesti, hanno il loro piccolo pubblico e non scompaiono.
Avevamo l’intento di cambiare la società, perché veniamo da una riflessione tipica degli anni ’70 che si è un po’ persa. La nostra è stata una proposta originale perché di omosessualità, alle persone sotto una certa età, non si parlava.
Hai già risposto a molte delle domande che volevamo farvi, anche a quella su quando e perché avete deciso di investire su questi temi…
Noi abbiamo seguito la spinta più tradizionale che si possa avere: formare una famiglia. Non volevamo mettere in discussione nulla, abbiamo un legame fortissimo anche con le nostre famiglie d’origine. Ma pensiamo che debba esserci posto per chiunque: per noi l’omosessualità è semplicemente una questione di amore e di sentimenti, non una questione ideologica, politica o d’altro. Diventa un dibattito ideologico e politico solo se esistono uno stigma sociale e un pregiudizio sull’omosessualità.
Parlare alle persone molto giovani di omosessualità in termini non legati alla dimensione sessuale rende più difficile associare questa realtà a una perversione. Se ne parla semplicemente, come si parla dell’amore tra una mamma e un papà: un legame affettivo e familiare. In questo modo si interviene sul pregiudizio alla radice.
È anche per questo che, quando è uscito Piccolo Uovo, c’è stato un momento in cui chi voleva mantenere il pregiudizio non sapeva bene cosa fare: hanno cercato in tutti i modi di fermarne la diffusione proprio perché il libro trasmette con grande chiarezza l’idea che non vi sia nulla da temere o di cui aver paura.
Dopo un po’ anche altre case editrici hanno cominciato a parlarne; noi abbiamo incontrato un ambiente molto inclusivo e aperto alle nostre tematiche.

Come avete gestito censure, resistenze e controversie?
Il nostro lavoro tocca inevitabilmente anche questioni ideologiche e politiche, nella misura in cui esistono ancora stigmi sociali e pregiudizi legati all’omosessualità. Uno degli aspetti più significativi di questo progetto è stato proprio il contributo nel cercare di superare tali pregiudizi. Quando abbiamo iniziato a parlarne, la realtà delle famiglie omogenitoriali era ancora quasi del tutto assente dal dibattito pubblico e dalla rappresentazione sociale.
Ovviamente c’è stata una forte reazione, si sono delineate due fazioni contrapposte: chi era contro e chi era a favore.
Adesso invece è ancora un’altra storia: con tutte queste battaglie contro il cosiddetto woke è stato creato un linguaggio negativo e critico su concetti di per sé positivi, un’operazione diffamatoria di cui mi sfuggono le basi.
Noi volevamo solo dire ai bambini e alle bambine che possono essere felici in tante situazioni, che esistono realtà che spesso suscitano timori nelle persone adulte, ma che non dovrebbero generare paura; non c’è nulla da temere.
Siete passate dall’essere contestate durante i cortei di Forza Nuova e del Family Day al ricevere l’Ambrogino d’oro lo scorso dicembre. In questi anni, quali cambiamenti avete osservato? Da quel corteo del 2014 che vi contestava a oggi, sembra che il cambiamento non sia stato così significativo: è anche la vostra percezione?
No, non è vero che non ci sia stato un cambiamento. Innanzitutto l’Ambrogino d’Oro l’abbiamo ricevuto perché Sala, il sindaco di Milano, ha preso una posizione molto precisa su questi temi: è stato un pioniere, in Italia, nel sostenere la trascrizione degli atti di nascita delle figlie e figli delle coppie omogenitoriali nati all’estero. Ha fatto un lavoro enorme con le istituzioni per l’accettazione e per risolvere i problemi delle famiglie arcobaleno.
La percezione nella società civile è sicuramente cambiata ma, al tempo stesso, si è anche maggiormente polarizzata. Questo è avvenuto anche durante il dibattito sulle unioni civili, quando si è creata una contrapposizione netta tra chi era a favore e chi era contro. Sono argomenti che vengono spesso strumentalizzati, come accadde con Forza Nuova, che comprese come il tema potesse essere utilizzato per ottenere visibilità e consenso.
Viviamo in un’epoca in cui prevalgono le dinamiche legate alla ricerca della popolarità, del farsi vedere, del trovare l’argomento per far parlare di sé. E questa non è mai stata la nostra strada.
La casa editrice è nata per colmare un vuoto, non come un’operazione commerciale.
Il nostro obiettivo è sempre stato soprattutto quello di raggiungere le persone, i bambini, le bambine, le famiglie, le scuole, e non quello di fare il botto, di pubblicare il libro che vende 10.000 copie.
Sicuramente uno degli elementi che ci ha permesso di arrivare fino a qui è stata l’esistenza di Famiglie Arcobaleno, l’associazione delle famiglie omogenitoriali, cresciuta nel tempo e attraverso la quale abbiamo distribuito e venduto molti libri.
Nel corso degli anni, il nostro obiettivo non è stato soltanto quello di creare libri per le Famiglie Arcobaleno ma realizzare albi capaci di inserirle e rappresentarle all’interno della società, e lo abbiamo fatto anche con altri temi, come quelli delle famiglie separate, dell’immigrazione, delle persone con disabilità.
L’idea è di dire, banalmente, che il mondo è di tutti e tutte, e che è bello stare insieme.

Secondo voi l’editoria per l’infanzia ha un ruolo importante nel promuovere la parità di genere?
Ha un ruolo importantissimo per gli strumenti che offre sia durante l’infanzia sia nell’età adulta. I bambini e le bambine sono esseri nuovi; le famiglie hanno l’illusione di controllare quello che diventeranno, ma in realtà – nel bene e nel male – le possibilità sono molto ridotte. Quindi è importante che si abbia l’opportunità di incontrare libri in cui possano ritrovarsi, essere felici e senza stigma alcuno. Anche chi cresce con una mamma e un papà potrebbe un giorno scoprire di essere omosessuale e, leggendo uno dei nostri libri, potrà portarsi dentro un pezzettino di qualcosa capace di proteggere dalle difficoltà che forse incontrerà più avanti.
Del resto, mentre per l’infanzia si cerca di non far nascere un pregiudizio, per l’età adulta è necessario decostruire lo stigma, e questo non è facile perché facendolo si innescano molti meccanismi di difesa. Il linguaggio che si usa nei libri per l’infanzia è un linguaggio semplice e rassicurante che aiuta quindi anche le persone adulte ad affrontare certi temi.
È chiaro che se non si ha in sé lo spazio per questo tipo di cambiamento, non c’è nulla da fare. Però spesso a noi è capitato di incontrare persone che avevano quello spazio ma non gli strumenti per affrontare certi temi.
Molti genitori di nostra conoscenza inizialmente avevano paura perché si trovavano davanti a una realtà sconosciuta. Leggere i nostri libri ai loro bambini e alle loro bambine significava leggerli un po’ anche a se stessi.
Quindi considereresti la vostra una letteratura impegnata o militante?
Impegnata forse no. Magari militante. Non saprei, ci sono degli aspetti legati a queste parole che non mi piacciono.
Noi abbiamo sempre cercato di fare dei libri belli e, se ci si concentra troppo sull’essere militante, si rischia di perdere di vista l’aspetto artistico.
I libri devono arrivare e arrivano molto di più se sono belli, se hanno una loro forza espressiva che prescinde dal fatto di essere militanti o impegnati.
Allora direi militanti nella misura in cui resistono nel mantenere certi contenuti.
Quali sono, tra quelli che avete pubblicato, i libri di cui sei più orgogliosa?
È difficilissimo… di sicuro Piccolo Uovo, poi sono legata a tutti quelli che ho scritto io, naturalmente!
Anche Più sì che no è un libro a cui sono molto legata perché ero stata ispirata dal mio figlio più piccolo; sono molto affezionata a Qual è il segreto di papà, un libro che ha un pubblico molto ristretto perché è la storia di un papà che si separa e che ha un nuovo fidanzato.
È una di quelle situazioni molto occultate, quindi molto difficile da vendere, però è un libro che abbiamo ancora in catalogo dal 2011 e mi piace l’idea che, se si cerca un libro così, lo si trova da noi, anche se si tratta di libri con poco pubblico che li compra. E poi non lo so, li amo tutti molto!


Puoi dare un consiglio alle persone o alle associazioni che, come noi, si occupano di questi temi e che vorrebbero farlo bene?
Secondo me bisogna evitare di mettere il focus sulle differenze. Cosa per niente facile perché da una parte queste differenze devono trovare lo spazio di esistere, dall’altra non devono essere il fulcro di tutto perché molte persone si trovano a disagio nell’essere messe al centro dell’attenzione.
Bisogna dare uno spazio di visibilità all’interno della collettività. Anche noi, quando abbiamo voluto concentrare l’attenzione su una specifica situazione, abbiamo fatto un libro come Piccolo Uovo, poi però Il grande grosso libro delle famiglie presenta una carrellata di tutte le varie possibilità, dove il fatto di avere due mamme o genitori separati non è il centro del racconto.
La questione è proprio “lasciare esistere” perché il pericolo è quello della cancellazione, e anche essere sotto i riflettori ti cancella, ma in un modo diverso, perché non hai più la libertà di essere veramente quello che sei.
Quello delle differenze è un discorso sempre difficile. A un certo punto c’è stata una volontà di cambiamento del linguaggio con riguardo al genere. La questione del femminile, del maschile e della società patriarcale è un discorso particolare perché le donne non sono una minoranza: l’essere donna è un tipo di condizione. In questo caso vi è l’esigenza di una strategia nel dare spazio alle donne, perché si deve contrastare un meccanismo in atto. Per riuscirci, secondo me, è molto rischioso introdurre un nuovo linguaggio calandolo dall’alto. È vero che in questo modo si fa cultura e in qualche maniera si aiuta, però è anche vero che se le persone non recepiscono per niente il contenuto di una forma linguistica succede che il risultato sia opposto a quello che si desiderava.

Quindi è un tentativo boomerang: si vuole ottenere un risultato e si produce l’opposto?
Esatto, perché quel modo di parlare non riesce a radicarsi.
La cosa più importante è sempre la relazione. Penso, per esempio, a quella che si instaura fra insegnanti e studenti, fra persona e persona: è allora che si può cambiare un linguaggio. Ma se non si entra in relazione ci si trova di fronte a un muro, perché il linguaggio rimane staccato dalla realtà invece che nascere dalla realtà. Noi sulla parità di genere avevamo pubblicato alcuni libri francesi sulle dichiarazioni dei diritti (Le carte dei diritti) che funzionavano e funzionano molto bene perché il loro carattere è programmatico, come lo è qualsiasi dichiarazione dei diritti: c’è una dichiarazione dei diritti dell’uomo, della donna, dei papà, delle mamme, dei maschi, delle femmine.
Se con il linguaggio non ci si inserisce in un contesto che già c’è, ho l’impressione che si crei una forzatura. È andato tutto bene finché c’è stato un forte movimento a sostenere la causa; però, in questo momento in cui, in generale, si sta andando nella direzione opposta, il rischio è che tutto si sbricioli.
Ma questa è una mia opinione molto personale.
È un’opinione molto condivisa che abbiamo sentito anche in altre interviste.
Se io mi mettessi a usare lo schwa, immediatamente l’attenzione cadrebbe su quello, si perderebbe il focus sul racconto, su ciò che sto dicendo. Quindi ho sempre cercato, piuttosto, di scrivere “bambine e bambini”, cioè di usare il linguaggio a cui siamo abituati e di mettere in moto un cambiamento un pochino più morbido. Perché le persone vanno abituate. Nella nostra esperienza come famiglia arcobaleno, in questi anni, abbiamo portato le persone a conoscerci mantenendo un approccio relazionale molto accogliente, anche se politicamente molto deciso. La nostra modalità è sempre stata la visibilità, farci conoscere, in quel senso, con delicatezza.
Del resto nessuno vorrebbe essere disturbante o fare paura, no? Già portiamo qualcosa di molto nuovo: è anche una questione di rispetto per le persone che hanno dei limiti; molta gente la si avvicina un passo alla volta, non sbattendole in faccia le cose.
A microfoni spenti, tra una chiacchiera e l’altra, la conversazione è proseguita: possiamo anticipare che la collaborazione con il fumettista e autore satirico Altan continuerà e che sono in arrivo novità per il mese di dicembre!

