L’ iceberg della violenza è un modello che ci aiuta a capire una cosa essenziale: la violenza di genere non emerge dal nulla.
Sopra la superficie vediamo ciò che è più visibile: violenza fisica, aggressioni, minacce.
Subito sotto l’acqua, discriminazioni più esplicite: esclusioni sul lavoro, molestie, ricatti, violenza economica e psicologica.
Ma è nella parte sommersa e invisibile che si nasconde l’aspetto culturale e quasi mai riconosciuto: stereotipi, indifferenza e linguaggio sessista.
Battute, luoghi comuni, modi di dire che riducono le persone (donne e/o LGBTQIA+) a oggetti, che rafforzano ruoli rigidi.
Le parole non sono innocue: sono la sostanza che dà corpo e mantiene a galla l’iceberg e costruiscono immaginari in cui diventa “normale” che alcune soggettività valgano meno di altre.
Ecco perché intervenire sul linguaggio è fondamentale.
È un lavoro di prevenzione: smontando stereotipi e frasi discriminatorie, riduciamo la parte sommersa dell’iceberg e rendiamo più fragile l’intero sistema della violenza.
Ogni volta che scegliamo un linguaggio ampio e rispettoso, incriniamo quella massa nascosta che tiene in piedi la punta visibile.
👉 Quante volte ti è capitato di sentire una “battuta innocente” e accorgerti che non lo era affatto?
Illustrazione: Claudia Marulo
