Ogni anno, il 10 ottobre, si celebra La Giornata Mondiale della Salute Mentale (World Mental Health Day).
Voluta nel 1992 da Richard Hunter, vice segretario della World Federation for Menthal Health, ha lo scopo di sensibilizzare sull’argomento e combattere il pregiudizio che ancora oggi lo circonda.
Dal 1994, ogni edizione approfondisce un tema specifico, quello di quest’anno è: “Accesso ai servizi – Salute mentale in caso di catastrofi ed emergenze umanitarie”.
Il tema sottolinea l’importanza di proteggere il proprio equilibrio psicofisico in tempi di instabilità globale, per non sentirsi incapaci di reagire e avere un supporto psicosociale garantito, specialmente in caso di conflitti, disastri e sfollamenti. Questo è un appello che, nel 2025, risulta essere più urgente perché i bisogni umanitari continuano a aumentare in tutto il mondo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la salute mentale è “uno stato di benessere che consente alle persone di affrontare lo stress della vita, realizzare le proprie capacità, apprendere e lavorare bene e contribuire alla comunità”. Cosa non facile in una società come la nostra, minata da pandemie, guerre, ansia climatica, disastri, aumento del costo della vita e precarietà lavorativa.
Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’OMS a settembre 2025, oltre 1 miliardo di persone in tutto il mondo convive con ansia e depressione. A chiedere aiuto sono principalmente adolescenti con fragilità emotive, uso problematico dei social media, isolamento e pressioni sociali: a livello globale, una persona su sette (dai 10 ai 19 anni) soffre di disturbi comportamentali o di un disturbo mentale come ansia e depressione. Il suicidio è la terza causa di morte tra i 15 e i 29 anni.
E le donne? Un recente studio commissionato dal Citizens, Equality, Rights and Values del Parlamento europeo (CERV) ha evidenziato come le disuguaglianze del mercato del lavoro influenzino la salute mentale delle donne europee. Quasi impossibile il tentativo di conciliare la vita privata con quella professionale. Risultato? Stress e burnout assicurati. Senza considerare il fatto che nella maggior parte dei casi è difficile accedere alle cure o ricevere assistenza. Il benessere psicologico è un diritto umano e collettivo, servono investimenti costanti, collaborazione, solidarietà e sostegno, sia per chi è paziente sia per chi assiste e si prende cura della persona malata.
L’OMS rinnova quindi il suo appello a istituzioni, personale sanitario e cittadinanza: serve prevenzione nelle comunità, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, accesso gratuito o agevolato ai servizi di supporto psicologico, reinserimento sociale e lavorativo di chi ha affrontato un disturbo o una malattia mentale..
E, soprattutto, serve l’abbattimento dei pregiudizi culturali.
Oltrepassiamo lo stigma!
Illustrazione: RUPHUS
